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a – L’azione nei sistemi complessi

1.3 – Il processo dell’azione
a – L’azione nei sistemi complessi


L’uomo sembra partecipare ad un movimento ogni qual volta culminante nell’istituzione di un particolare ordine di natura umanizzata; in questa luce l’atto trasformatore (l’azione) appare come un atto costitutivo e finalizzato a una particolare organizzazione storica della materia e delle facoltà umane (9). La comprensione della realtà umana, sotto qualsiasi punto di vista, dovrà dunque manifestarsi nella prospettiva del fatto umano totale che si dispiega nel tempo. Un tempo da non considerarsi, però, come una variabile indipendente linearizzata e determinata in modo esogeno, ma bensì da intendersi come un “continuum” endogeno al quale, i fenomeni in esame, risultano strettamente correlati. In definitiva, sembrerebbe ripetersi nella società ciò che accade nella natura: gli eventi dovuti all’azione umana, nel loro propagarsi, tenderebbero ad amplificarsi e ad interagire reciprocamente in un modo complesso.

Al contrario, nel sistema classico le relazioni tra sottosistemi, mutuate dalla teoria economica neoclassica (flussi di input e output), ignorano sia gli effetti della retroazione positiva e negativa, sia la complessità soggiacente. Inoltre, implicitamente, i sottosistemi funzionali appaiono manifestarsi in modo concomitante, cioè tutti insieme e nello stesso istante. Mentre, da una più attenta riflessione del fenomeno, si potrà arguire come l’azione costituisca, piuttosto, un processo complesso avente propri ritmi o tempi endogeni. In tal senso, la verosimiglianza dell’azione richiederà di considerare i connessi sottosistemi funzionali come inseriti all’interno di una particolare freccia del tempo, irreversibile e, per l’appunto, endogena al processus stesso.

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Ipotesi sull'azione nella complessità (by Angelo Cacciola Donati)

Collocando, invece, l’azione al di fuori del tempo si correrà il rischio di reificarla, in tal modo che “...giammai un atto potrà essere anche un oggetto. Poiché appartiene all’essenza medesima di un atto di non essere vissuto che nel proprio compimento e di non essere svelato che dalla riflessione...” (10) Per evitare tale pericolo, occorrerà un approccio di un altro genere, che parta dalla constatazione che gli atti sono non fisici per natura; ribadendo altresì come l’essenza stessa della persona risieda nella propria presenza nel compimento degli atti intenzionali. Infatti, ogni tentativo di oggettivazione ed di raccolta delle azioni sotto l’esclusivo aspetto fisico, si risolverà in un’ingiustificata depersonalizzazione dell’attore.

In tale direzione, l’individuo dovrà sempre essere considerato come specifico esecutore di atti intenzionali legati tra loro dall’unità del senso. E, allo stesso momento che gli atti sono eseguiti, l’individuo sarà l’essente che compie gli atti (11). In effetti, ogni fenomeno si determina formalmente come ciò che si manifesta in quanto essere e struttura dell’essere. Per mantenersi sulla via propria della ricerca scientifica, si dovrà, dunque, prendere in considerazione l’individuo definito come “essente” che compie degli atti. Mentre, a sua volta, quest’essente, potrà avere le caratteristiche sia di un “essere-là”, quindi di una reale manifestazione di se stesso, sia di un essente alienato, perso irrimediabilmente nella chiacchiera e nella curiosità. In tal accezione, si individuerà con il termine “esserci” il fenomeno nel quale l' ”essere-là” compie consapevolmente una certa azione, in un dato intorno e nel tempo appropriato. Nello stesso modo, il sistema dell’azione si affermerà come l’insieme dei fenomeni nel quale si determina l’essere umano in quanto tale.

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Un'altra ipotesi sull'azione nella complessità (by Angelo Cacciola Donati)

In definitiva, le varie volontà umane si situano, tra di loro, all’interno di rapporti molteplici, ognuno dei quali individua un’azione e rappresenta un’unità nella pluralità ed una pluralità nell’unità. Perciò, occorrerà pensare alla vita nella sua complessità, cioè rendendo intelligibile nella propria diversità multidimensionale l’insieme di conoscenze sparse disponibili sull’esistenza umana. “... Ce qui nous fait défaut - scrive Morin - ce n’est pas la connaissance de ce que nous ignorons mais l’aptitude à penser ce que nous savons. ...” (12) Infatti, pensare la vita, non consiste né nell’osservarla al microscopio né nello scriverne le equazioni biochimiche; ma sembrerebbe piuttosto un modo di seguire con il pensiero le tracce del movimento grazie al quale la vita sorge, si appropria delle condizioni della propria esistenza, retroagisce e si rende autonoma rispetto ad esse, senza però cessare di dipenderne; contribuendo così alla loro produzione e riproducendo se stessa sia come fine assoluto, sia come mezzo della propria perpetuazione. La vita,in tal senso, non potrà essere spiegata se non da se stessa: come principio esplicativo e fondatore, e non come effetto determinato da una causa esterna. In effetti, occorrerà comprenderla come auto-casualità, auto-produzione, cioè come un movimento attraverso il quale un’organizzazione non cesserà mai di essere continuamente formata dalla retroazione dei propri prodotti. Tale auto-organizzazione auto-riproduttiva, evidentemente non si realizzerà a partire dal nulla, ma bensì supporrà un intorno in grado di determinarla (pur essendo questi perpetuamente rimaneggiato e condeterminato da essa); oltre a necessitare un capitale genetico che stabilisca l’esistenza e la trasmissione delle attitudini (auto poietiche e rigeneratrici) proprie ad ogni essere vivente.

Sarà, in definitiva, per simili ragioni che si introdurranno, all’interno del processus dell’azione, i fenomeni di retroazione (positiva e negativa). L’”essente”, infatti, nel compiere un’azione appare condizionato e modificato, oltre che dalle proprie e precedenti azioni, dall’azione congiunta degli altri autori, espressa nella società e rintracciabile nello specifico intorno fisico e culturale.

D’altro canto, infine, l’intelligenza del vero non può essere separata dalla vita affettiva e dall’attività tecnica e creatrice. La “pura” decisione animale è una mera finzione, un’astrazione logica. In queste decisioni, la razionalità coinvolge solamente una componente o una fase dell’intero atto. Inoltre, tale fase non è altro che l’apparente frazione di una atto che affonda le proprie radici profonde nella irrazionalità dell’intuizione e degli istinti. (13) In un’analoga direzione, Edgard Morin indica, con voluto errore matematico, la ricomposizione tra natura e ragione, rendendoci consapevoli che l’uomo è nello stesso tempo 100% natura e 100% cultura, nonché il 100% essere biologico e il 100% essere sociale, come pure il 100% razionale ed il 100% emozionale. In effetti, gli uomini della vita reale, spesso appaiono muoversi sulla base di occulti valori inconsci e di passioni incontrollabili, delle quali sembra non esistere una razionalizzazione possibile.

 

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