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  a - Premessa b - Il tempo    

1.1 - L'essere
a - Premessa

Se consideriamo, come necessario, l’economia nella sua dimensione umana, dovremo necessariamente porre l’essere umano al centro dell’attenzione. Lo status epistemologico delle scienze umane, economia compresa, si fonda sulla previa esistenza della realtà umana, punto di partenza e punto di arrivo di ogni speculazione. Anche se non è agevole muoversi su questa dimensione, infatti, ogni tentativo di definizione dell'essere umano rischia di essere arbitrario e dettato dal proprio credo religioso.

Diviene, pertanto, necessario concentrarsi sull'aspetto fenomenologico dell'essere umano: in poche parole su quello che compie, realizza, costruisce durante i giorni della sua vita, ovverosia le sue azioni. In definitiva, ci accosteremo allo studio dell'essere attraverso le sue manifestazioni concrete.

E' importante, però, non dimenticare i profondi stati di alienazione che caratterizzano l'essere umano odierno, manipolato com'è dai mass media, dalla pubblicità e, spesso, privo di una dimensione sociale soddisfacente ai propri bisogni. Infatti, non è sufficiente esistere: occorre dare espressione veritiera al proprio essere più profondo, alle proprie capacità, desideri e sentimenti, e non al fantasma errante che spesso rappresentiamo, totalmente alienato dalla propria essenza originaria. (Heidegger definiva questa condizione come “essere il proprio essere in quanto tale”)

In tal senso, quando si parlerà dell’individuo in quanto entità storica, non si intenderà solamente l’esistenza spaziale e temporale, l’esistenza di un membro della razza umana in particolare, ma anche la coscienza della propria individualità in quanto essere umano consapevole e presente, in grado di riconoscere la propria identità.

L'essere umano e l'azione

b - Il tempo

Ilya Prigogine sottolinea che il problema del tempo rappresenta un punto cruciale nella storia della scienza e nella fisica in particolare. Effettivamente, dalla rivoluzione scientifica ai piú recenti sviluppi moderni, questa disciplina ha sempre cercato di prescindere dalla dimensione temporale, collocando le proprie leggi all’interno di una sfera erroneamente ritenuta come eterna. Mentre, la quotidiana esperienza umana è caratterizzata da tendenze di segno opposto: la vita, infatti, non appare retta da leggi atemporali e deterministe, ma bensì immersa nel fluire del tempo.

L’uomo e le vicende sociali, infatti, acquisiscono consistenza solamente quando sono inseriti nel tempo: all’infuori di esso ci sarà spazio unicamente per i fantasmi. Ed è nel tempo che l’umanità esprime il proprio spirito vitale e si realizza, dando un proprio senso alla vita.

In tale direzione, però, occorrerà relativizzare la corrente nozione di tempo. Infatti, le società moderne avendo bisogno di unità di tempo estremamente precise, hanno creato l’ora, il minuto e il secondo: misure standardizzate e intercambiabili, affidabili in ogni luogo ed in ogni epoca. L’espansione stessa dell’industrialismo suppone, come condizione necessaria, la sincronizzazione del comportamento umano con i ritmi delle macchine. Le popolazioni agricole, per le quali era imperativo stabilire il momento appropriato per seminare e per raccogliere, sapevano misurare il tempo con un grado di precisione rimarchevole quando si trattava di lunghi intervalli. Ma, dato che una rigorosa sincronizzazione del lavoro umano non era loro necessaria, i contadini raramente elaborarono delle misure di tempo precise per le corte durate. In effetti, non dividevano il tempo in segmenti stabili come l’ora o il minuto, ma in tronconi vaghi e imprecisi, rappresentativi del periodo richiesto per il compimento di tale o tal’altra banale azione. E se, da un lato, il contadino parlava del “tempo di andare a prendere una vacca”, dall’altro lato, le suddivisioni mentali del tempo variavano a seconda del luogo e dell’epoca. Nel Medio Evo, nel nord dell’Europa, per esempio, la giornata era suddivisa in un certo numero fisso di ore diurne e notturne; ma poichè l’intervallo tra l’alba ed il crepuscolo si modificava da un giorno all’altro, l’”ora” di dicembre era piú corta dell’”ora” di marzo o di giugno. Ed ancora, in numerose sociètà pre-industriali, il tempo era concepito non come una linea retta ma come un circolo. Infatti, presso i Maya, come presso i buddisti e gli hindú, il tempo era ripetitivo nella sua circolarità: la storia riiniziava eternamente, mentre lo stesso accadeva per la vita attraverso il ciclo delle reincarnazioni.

Per far nascere tra le genti l’odierna coscienza del tempo era necessario modificare i predicati temporali, l’immagine mentale che l’uomo aveva della durata. Così, non ci si accontentò di decomporre il tempo in segmenti standardizzati e piú precisi, ma si ordinarono anche tali parcelle di tempo su di una linea retta, una linea estendentesi all’infinito, nel passato come nel futuro. Il tempo, così linearizzato, divenne una condizione “sine qua non” delle idee di evoluzione e di progresso, rendendole entrambe credibili. In effetti, se il tempo fosse continuato ad essere considerato circolare, come “mordendosi la coda”, invece di scorrere in un’unica direzione, si rischiava d’insinuare l’idea di una storia che si ripete e dove l’evoluzione ed il progresso non sono altro che delle illusioni, delle ombre sul muro del tempo.

Il tempo

 

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