Previous Contents Next
  b - La natura della cultura c - Per una funzione della cultura  

b - La natura della cultura


In tempi più recenti, una delle definizioni fondamentali della cultura è, senza dubbio, quella proposta da E.B.Tylor nel 1871. (8) Per l’Autore, la cultura costituirebbe un complesso di elementi formato dalle conoscenze, dalle credenze, dall’arte, dalla morale, dal diritto, dai costumi, e da ogni altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo, in quanto membro di una società. Similmente, R.Linton (9), considera la cultura come una somma di conoscenze, di attitudini e di modelli abituali di comportamento condivisi e trasmessi dai membri di una data società . Senza, poi, dimenticare le considerazioni di J.Herskovits (10), nelle quali la cultura è individuata come quella parte dell’ambiente circostante direttamente prodotta dall’uomo.

Queste ed altre affermazioni, diedero origine ad una particolare tendenza teorica nella quale, la cultura, era considerata come essenzialmente inconscia. In tal senso, la cultura condizionerebbe la stessa funzione di percezione e di interpretazione delle situazioni all’origine del processo decisionale, rendendo gli individui, da un lato, sensibili a determinati aspetti della realtà e, dall’altro, totalmente insensibili rispetto ad altri. Inoltre, la forza impositiva di tali schemi sull’individuo sarà tanto più incondizionata quanto più sarà occulta e inconsapevole. Al riguardo, si potrà constatare come gli uomini, in generale, siano poco proclivi ad analizzare deliberatamente i costumi alla base dei propri comportamenti, appresi inconsciamente. Ed il paragone s’impone, poi, con il linguaggio: infatti, l’apprendimento della lingua materna sembra realizzarsi senza una benché minima consapevolezza delle regolarità ripetitive e delle regole grammaticali in essa insite. (11)

Sempre lungo tale direzione, gli studi dell’antropologo E.Sapir (12) ipotizzarono una specie di preminenza della lingua sul pensiero e, di conseguenza, sulla cultura, senza l’intervento della quale, il mondo esterno non sarebbe altro che caos. Il sistema linguistico apparirebbe, così, preposto alla formazione delle idee ed alla guida dell’attività mentale del gruppo sociale, oltre che all’organizzazione della sua esperienza. Successivamente, Whorf (13) evidenziò come alcune delle categorie fondamentali del pensiero (quali il tempo, lo spazio, il soggetto e l’oggetto, per esempio) differiscano da un contesto linguistico all’altro. Parallelamente, la correlata idea, secondo la quale la forma assunta da una lingua e le relative abitudini linguistiche avrebbe una certa influenza sull'interpretazione del mondo esterno, si vide corroborata dagli studi dell’antropologo inglese J.Goody. (14) Quest’ultimo, infatti, riuscì a dimostrare come l’uso della scrittura, in opposizione alla lingua orale, costituisca un importante fattore di condizionamento sul nostro modo di pensare ed agire. In quanto supporto materiale, in grado di collocare in modo duraturo le informazioni, la scrittura sarebbe all’origine della formalizzazione e della logica, nonché dell’instaurarsi di nuove forme di dominazione sociali, politiche e culturali. In tale accezione, il passaggio dalla cultura orale alla cultura scritta si accompagnerebbe ad un rafforzamento delle procedure burocratiche e gerarchiche nella società.

Sotto un’angolatura differente, il lavoro di R.Benedict (15) rappresentò un inedito tentativo volto a sottolineare il carattere simbolico dei comportamenti culturali, basati su di una significazione comunicabile e condivisa dai membri di una data società. In tal senso, ogni società avrebbe delle proprie configurazioni caratteristiche, che penetrerebbero tutti i comportamenti individuali e tutte le istituzioni sociali. In modo più specifico, Lévi-Strauss, definì operativamente la cultura come un frammento d’umanità caratterizzato, rispetto al resto dell’umanità, da significative discontinuità. Anche se, per l’Autore, in ogni caso la struttura precederebbe ogni dato, in quanto, gli elementi fondamentali di una realtà sociale, saranno individuati attraverso l’insieme delle relazioni e dei principi regolatori dei sistemi simbolici. In definitiva, nella loro appartenenza all’inconscio strutturale, tali elementi, appariranno come logicamente anteriori all’oggetto, evidenziando come la forma, in certe occasioni, possa precedere il contenuto. “... L’activité inconsciente de l’esprit consiste à imposer des formes à un contenu, et si ces formes sont fondamentalement les mêmes pour tous les esprit, anciens et modernes, primitifs et civilisés (...) il faut et il suffit d’atteindre la structure inconsciente, sous-jacente à chaque institution ou à chaque coutume, pour obtenir un principe d’interprétation valide pour d’autres institutions et d’autres coutumes...”. (16)

c - Per una funzione della cultura


Pur nel riconoscimento dei contenuti universali inerenti al divenire umano, le scuole di pensiero marxista, posero sempre l’accento sul carattere sovrastrutturale della cultura. La cui funzione si ridurrebbe a quella di uno strumento di manipolazione delle masse, detenuto dalla classe, economicamente e politicamente, dominante. “... La classe che ha a sua disposizione i mezzi per la produzione materiale ha con ciò, in pari tempo, a sua disposizione i mezzi della produzione spirituale cosicché, in tal modo, a quella sono assoggettate le idee di coloro a cui fanno difetto i mezzi per una produzione spirituale. ...” (17)

Nondimeno, alcuni importanti contributi teorici posero in evidenza la relativa autonomia della cultura. Basti citare, tra gli altri, autori come Gramsci (18) o Lukcás (19), che sottolinearono la potenzialità rivoluzionaria della cultura, intesa come superamento e trasformazione dell’eredità storica della cultura borghese. Il ruolo dell’intellettuale “organico”(20), infatti, diverrebbe esplicito solamente quando agirà in modo storicizzante nei confronti di tale eredità culturale, vale a dire ponendo in luce le contraddizioni interne e la relatività delle sue categorie, riconoscendone così l’immanente modificabilità.

Le correnti di pensiero neo-marxista rilevarono come, nelle masse, la coscienza dello sfruttamento costituisca l’indispensabile presupposto per l’eliminazione delle cause di tale oppressione. Cogliendo, così, non solo il necessario nesso tra coscienza ed azione rivoluzionaria, ma anche il legame dialettico esistente tra il processo capitalistico e la sua immanente auto-dissoluzione. In forma più specifica, un filosofo neo-marxista italiano, affermò: “... Cultura è ogni presa di coscienza della contraddizione in cui il sistema della mediazione, o della comunicazione, situa l’uomo: invece di porlo in rapporto di esercizio delle proprie possibilità, e di fruizione, scoperta e sviluppo delle possibilità del mondo e del prossimo con cui viene a contatto, la mediazione è il sistema della compressione o repressione, cioè dell’uso delle possibilità dell’uomo per il sistema, per la sua crescita, per il suo accumulo e non viceversa....” (21)

Un altro approccio di tipo strumentale della cultura è imputabile alla scuola comportamentalista, orientata a discernere i meccanismi e i contenuti culturali insiti nel comportamento umano, con il recondito obiettivo di poterli successivamente controllare e manipolare. “...Les êtres humains constituent une donnée fondamentale de notre environnement. Nous vivons tous plongés dans notre culture et nos perceptions sont largement tributaires de notre appartenance culturelle. (...) Il paraît donc utile d’explorer la part du facteur culturel qui affecte nos perceptions et des valeurs mises en jeu....” (22) Parallelamente, Secord e Backman (23), concentrarono l’attenzione sugli ostacoli frapposti dalle culture tradizionali alla diffusione planetaria dell’economia di mercato, con un’approfondita analisi del processo di formazione degli stereotipi culturali, evocante le considerazioni di Malinowski (24). In tempi più recenti, Sainsaulieu (25) definì la cultura come un serbatoio interiorizzato e trasmissibile, in costante elaborazione all’interno di un insieme dato di valori, di regole e di rappresentazioni collettive. Un ulteriore progresso teorico, conduce a considerare la cultura come un fenomeno dotato di piena autonomia. Infatti, A.L.Kroeber (26) ritiene la cultura una specie di dominio del sovra-organico. La natura potrà così essere studiata su diversi livelli: l’inorganico, di cui si occuperà la fisica; l’organico, preso in esame dalla biologia; il psichico, oggetto della psicologia; ed infine il sovra-organico, di cui si occuperanno le scienze sociali. Inoltre, Kroeber, evidenzia come l’apparente universalità delle varie classificazioni dei fenomeni socio-culturali, possa non essere altro che il mero riflesso delle categorie logiche e verbali della tradizione occidentale.


Previous Contents Next