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2.1 - La cultura
a - Le origini


Fin dalle loro origini, le donne e gli uomini, si sono confrontati ad un mondo non solamente materiale; in effetti, il consolidamento stesso dell’esperienza umana, oggi come ieri, suppone il ricorso ad una realtà che superi il reale, il cui riconoscimento fornisce i principi di base dell’oggettività.

In tal senso, il mito sembra definire un sapere tradizionale, unitario e diffuso, regola di vita e d’azione nonché norma di conoscenza, nel quale i temi umani prevalgono sui temi naturali. La norma mitica fonda i comportamenti sulla base di condotte esemplari e primordiali, inaugurate dagli dei nella notte dei tempi: la ripetizione dei precedenti divini e l’accordo con i ritmi cosmici, costituiscono la garanzia dell’efficacia e del felice sviluppo delle azioni umane e la natura apparirà come dotata di una vita propria.

Più avanti nel tempo, la diffusione su larga scala degli imperi richiederà una riorganizzazione dello spazio vitale come di quello mentale. Infatti, la necessità d'integrare popolazioni diverse sotto l’autorità di un medesimo sovrano, implicherà la definizione di norme e regole politico-sociali
precise. E’ come se ad un allargamento dello spazio corrispondesse una correlata espansione dell’azione del pensiero, costretto a distanziarsi rispetto al proprio oggetto ed a darsi regole sempre più generali, riconoscendo così la preminenza della ragione. Parallelamente, all’avvento della razionalità corrisponderà un nuovo tipo di civiltà, che si realizzerà pienamente con l’instaurarsi di un’organizzazione riflessiva della conoscenza nelle società umane. Allora solamente, la conoscenza, si strutturerà nella sua specificità culturale.

Secondo Helvétius (1), la cultura, oltre ad individuare una seconda natura in grado di sostituirsi alla realtà dell’intorno materiale, avrebbe permesso l’allargamento delle potenzialità degli istinti elementari dell’uomo, grazie alla propria capacità di modellare la sua natura attraverso l’educazione. In tal modo, l’istanza biologica, pur continuando a fornire delle primordiali possibilità, si troverà relegata in un secondo piano, mentre la cultura, riorganizzando tali possibilità, troverà il proprio esordio. Anche se, per molto tempo, il dominio della sistematizzazione teologica impedì il riconoscimento di tale dualità della natura umana. In effetti, presentandosi la Chiesa come prototipo della società perfetta, le vicissitudini e le catastrofi dell’umanità trovavano il proprio senso unicamente nell’escatologia, mettendo in luce, sempre ed ovunque, i sottostanti disegni divini.

Si rese necessario attendere, prima, il Rinascimento e, poi, la Riforma per un superamento di tale formalizzazione dell’ordine umano. Inizialmente, la struttura unitaria del mondo medievale si trovò come frammentata in spazi politici e religiosi autonomi, che rifiutavano in modo radicale di farsi ridurre ad una medesima dogmatica obbedienza. Mentre, parallelamente, la ridestata riflessione sociale e politica, richiese il riconoscimento della specificità del dominio umano; a tal effetto, il Rinascimento realizzò una generale presa di coscienza della dimensione culturale nella vita individuale e sociale.

Successivamente, l’attenzione si rivolse ad uno degli aspetti più appariscenti della cultura, ovverosia a quell’insieme di “modi di fare” e di usanze che prendono il nome di consuetudini. Montaigne, nei suoi “Essais” (2), ricorda che “... La ragione umana è una tintura, data in ugual misura o quasi, a tutte le nostre opinioni e usanze, di qualsiasi specie esse siano: infinita come materia, infinita come varietà. ...” (3) Ed, infine, conclude : “... Le leggi della coscienza, che noi diciamo nascere dalla natura, nascono invece dalla consuetudine; ciascuno, infatti, venerando intimamente le opinioni e gli usi riconosciuti ed adottati intorno a lui, non potrà disfarsene senza rimorso né conformarli senza soddisfazione. ...”(4)

Parallelamente, le successive riflessioni concentrarono il proprio interesse sulla storia, realizzando una vera e propria mobilizzazione ontologica e dando origine alla cosiddetta “filosofia della cultura”. Anche se quest’ultima non limiterà il proprio interesse all’approccio storico, ma altrettanto cercherà di riconoscere la verità radicata nel tempo ed il suo specifico modo di realizzarsi. Macchiavelli, al riguardo scrive: “... Chi vuol vedere quello che ha ad essere, consideri quello che è stato: perché tutte le cose del mondo in ogni tempo hanno il proprio riscontro con gli antichi tempi. (...) Vero è che sono le opere loro (degli uomini) ora in questa provincia più virtuose che in quella ed in quella più che in questa, secondo la forma dell’educazione, nella quale quei popoli hanno preso il modo del viver loro....”(5) Più esplicitamente, Vico, sostituendo alla metafisica di stile cartesiano un’approfondita meditazione sulla storia universale, appare sempre più avvicinarsi al fenomeno totale della cultura. “... Ce sont les hommes qui ont fait eux-mêmes ce monde des nations. ...” (6)

Più tardi, anche se sempre in tale direzione, Montesquieu sottolinea come la storia, la scienza politica ed il diritto appaiano organizzarsi in una storia naturale delle società, retta da principi altrettanto rigorosi che quelli osservabili nei fenomeni fisici. “... J’ai d’abord examiné les hommes, et j’ai vu que dans cette infinie diversité de lois et de moeurs, il n’étaient pas uniquement conduits par leurs fantasies. J’ai posé les principes, et j’ai vu les cas particuliers s’y plier comme d’eux-mêmes; les histoires de toutes les nations n’en être que les suites; et chaque loi particulière liée avec une autre loi ou dépendre d’une autre plus générale. ...” (7)


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