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    a - Bisogni e produzione    

3.2 - Il soddisfacimento dei bisogni e la produzione
a - Bisogni e produzione

Iniziando l’esame di alcuni casi di fenomeni economici legati alla produzione nelle società tradizionali, diviene necessaria una riflessione introduttiva. L’etnologia e l’antropologia hanno generalmente dato un ampio spazio all’accurata classificazione delle tipologie produttive ed alla descrizione delle varie attività ad esse legate, trascurando invece le motivazioni ed i valori culturali che le caratterizzano in modo originale. Facendo mostra, cosí e ancora, del radicato etnocentrismo che sembra permeare gran parte di tali discipline.

Sarà per tale motivo che, autori come Haudricourt (24), potranno sviluppare un’analisi della produzione partendo da:“... Il est tradition en ethnographie de distinguer la production des objets, outils, récipients, armes, etc., sous le nom de techniques de fabrication, et la production des marchandises, aliments, matières premières, sous le nom de techniques d’acquisition. ...”(25) Per poi diffondersi dettagliatamente: “...Ces techniques d’acquisition comprennent donc la cueillette, la chasse, l’agriculture et l’élevage; ce sont elles qui pourvoient à l’alimentation et qui doivent être utilisées journellement pour la survie du groupement humain. Par contre, les techniques de fabrication comprennent les techniques du travail du bois et des matières végétales (...), aussi bien que les techniques des minéraux: céramique et métallurgie....” (26)

Poirier, proseguendo con un analogo approccio, giunge ad operare la seguente “proiezione” sulle popolazioni del passato : “... Le travail archaïque est donc tout humanisé, il est commensurable à l’homme; mais il est aussi humanisant: par un choc en retour, l’homme bénéficie de son propre labeur; la richesse profonde du travail, qui n’a peut-être pas été parfaitement comprise, est que, à travers ce que le travailleur construit, c’est à la construction de soi qu’il participe: l’homme, quand il croit ne travailler qu’à l’objet, se construit aussi subjectivement. ...” (27) Permettendosi, inoltre, delle valutazioni in gran parte arbitrarie: “...L’économie primitive, au fond, se caractérise par l’ignorance de la notion d’investissement. L’investissement de l’effort dans le temps, la capitalisation du travail cumulé dans la fabrication d’une machine - qui restituerait cet effort au centuple -, tout ce “sacrifice” apparent d’un travail non directement productif, est presque inconnu. ...” (28)

I precedenti esempi non costituiscono un’eccezione, ma si inscrivono in una diffusa reticenza alla messa in discussione dell’attuale modo di percepire il rapporto esistente tra i bisogni e la produzione. In assenza della quale, ogni tentativo di comprensione delle società tradizionali, colte nella loro diversità, perde di congruenza. In tal senso occorrerà rammentare come il capitalismo, giunto sulla vetta del proprio sviluppo materiale, legittimi la propria cultura ad erigere la muraglia insuperabile dei “bisogni infiniti”. Rendendo, cosí, arduo comprendere che: “... Les peuples les plus primitifs du monde ont peu de biens, mais ils ne sont pas pauvres. Car la pauvreté ne consiste pas en une faible quantité de biens, ni simplement en une relation entre moyens et fins; c’est avant tout une relation d’homme à homme, un statut social. ...” (29)

In effetti, colà dove i bisogni sono percepiti come “limitati”, la produzione ed il lavoro ad essa legato possono assegnarsi dei termini: non avendo nessuna ragione per proseguire fino all’esaurirsi delle capacità fisiche. Tendendo, cosí, ad interrompersi quando i bisogni potranno essere soddisfatti.

Ancor oggi, dove la cultura tradizionale permane viva, si potranno osservare logiche e comportamenti legati alla percezione dei bisogni non propriamente classificabili all’interno delle consuete categorie della teoria economica. In molte delle comunità rurali con un’economia di prevalente auto-produzione, la nozione di bisogno assume delle connotazioni particolari. Si cercherà, innanzitutto, un soddisfacimento diretto e non mercificato ad una necessità emergente, eventualmente con l’aiuto dei parenti o dei vicini; lasciando come opportunità secondaria quella di rivolgersi al circuito commerciale. Inoltre, in ampie fasce della popolazione non metropolitana, sembrano essere ancora presenti delle concezioni tradizionali che attribuiscono all’essere umano dei bisogni limitati. In tal senso, la stessa dottrina cattolica ed una radicata coscienza proletaria tenderebbero a perpetuare un certo spirito austero e frugale.

Nella società odierna, le scelte produttive e le motivazioni che le sottendono, non appaiono immuni da connotazioni che rimandano ad un passato lontano. Tuttora, molti artigiani trovano la loro principale fonte di soddisfazione nell’eseguire con attenzione e dedizione il proprio lavoro, tralasciando parzialmente le considerazioni prettamente monetarie.

Citando un interessante esempio, nelle società tradizionali, le varie scelte produttive sembrerebbero dipendere piú da una propria efficacia simbolica e religiosa che da un’utilità materiale. La stessa addomesticazione ed allevamento degli animali, si ritiene sia stata inventata nello scopo di soddisfare le pulsioni ossessive degli individui. Non avendo, cosí, una sua origine nel principio di realtà ma bensí nel principio di piacere, attraverso una creazione fantasmagorica. Al riguardo, Géza Roheim (30) afferma che in un primo momento gli animali domestici sono stati adottati in quanto rappresentazioni simboliche del padre, della madre e dei bambini e che, solamente piú tardi se ne è scoperta l’utilità pratica. E tale ipotesi risulta rinforzata dalla generalità degli studi sui Totem mentre, ancora nell’attualità, alcune tribú della Nuova Guinea allevano dei porci come se si trattasse dei propri bambini. (31)

Non dimendicando, poi, che anche nelle società occidentali odierne, molti animali domestici sono allevati con uno scopo affettivo (i cani ed i gatti, per esempio) e dei sentimenti inconsci estremamente forti si oppongono al consumo della loro carne. Inoltre, il medesimo tabú sembra estendersi al cavallo, la cui carne è sovente oggetto di disgusto. Infine, lo stesso genere di motivazioni si ritrovano nell’invenzione dell’agricoltura. Infatti, non solo numerose tribú hanno adottato una pianta come totem (simbolizzando cosí un avo comune) ma, soprattutto, quasi tutti i riti ancora esistenti attestano del legame esistente tra agricoltura e fecondità. La stessa parola “seme” è sufficientemente eloquente. Senza parlare delle centinaia di miti e racconti evocanti il legame esistente tra l’agricoltura e l’attività sessuale: come quello del rapimento di Proserpina, per citarne uno; oppure di gesti ancestrali come quello di gettare grano o riso o legumi sugli sposi novelli. (32)


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