Previous Contents Next
    b - Lo spirito delle cose    

b - Lo spirito delle cose

L’origine dell’addomesticamento degli animali ed i totem permettono di introdurre un caso che meglio caratterizza la percezione degli oggetti presso le società tradizionali. In effetti, alla luce di numerose testimonianze e della pura consapevolezza storica, occorre ammettere che la forma odierna di considerare la natura e le cose è limitata alla sola società occidentale. Gli stessi modelli di buon governo della natura, basati su di un’azione diretta, positiva e spesso brutale, appaiono unicamente caratteristici della cultura occidentale. In oriente, per esempio, uno dei principi base dell’agricoltura, invece, sarà quello di esercitare un’azione negativa su tutto ciò che può ostacolare la crescita delle piante, proponendo quindi un’azione indiretta sulla natura, in netto contrasto con le forme d’intervento, dirette e positive, tipiche dell’agricoltore europeo o nord-americano.

Mentre, al riguardo della percezione degli oggetti, lo stesso Poirier, osserva che: “... Un aspect universel du sous-développement, et essentiel, tient dans l’imparfaite conceptualisation de l’objet. Nous poserons en principe que, dans l’archaïsme, l’objet est toujours plus ou moins subjectivé. Cela signifie que la personne du propriétaire adhère à l’approprié, qu’il existe entre eux un réseau de forces, une circulation de dynamismes religieux irréductibles à un simple rapport économique ou à une relation juridique....” (33)

La morale e la pratica degli scambi in uso nelle società precedenti all’attuale conservano ancora delle orme, piú o meno importanti, dei principi della reciprocità. Si ritiene di poter affermare che, in molti aspetti, il diritto e l’economia siano tributari a tali principi. Nonostante, nel presente, si tenda a distinguere fortemente tra diritti reali e diritti personali, facendone una delle condizioni stesse dell’odierno sistema di proprietà, di alienazione e di scambio.

Ciò nonostante, un accostamento tra diritto arcaico e romano e il diritto germanico, permette di chiarire alcuni aspetti controversi del rapporto tra diritto personale e diritto reale. Al riguardo, Mauss (34) individua nell’istituzione del “nexum” romano e del “wadium” germanico (costantemente presenti nei contratti di scambio delle due società), non solamente uno scambio di pegni destinati ad instaurare una sorta di legame magico, ma bensí un vero e proprio trasferimento di oggetti animati. A questo titolo, questi scambi supplementari esprimono un andirivieni di anime e di cose confuse tra loro: il “nessum”, il legame di diritto proviene dalle cose quanto dagli uomini. In definitiva, si tratterebbe di residui degli antichi doni obbligatori, dovuti alla reciprocità.

Sicuramente, all’inizio, le cose stesse avevano una personalità ed una virtú: la “familia” romana comprende le cose e non solamente le persone. Il senso della parola “familia” denota le “res” che ne fanno parte, fino a designare gli stessi viveri e mezzi per vivere della famiglia. Inoltre, le cose erano di due tipi. Si distingueva tra “familia” e “pecunia”, tra le cose della casa (schiavi, cavalli, muli, asini) ed il bestiame che viveva nei campi lontano dalle stalle. Ed, anche, si differenziava tra le “res mancipi” e le “res nec mancipi”, a seconda delle forme di vendita. Per le prime, che costituvano le cose piú preziose, era indispensabile la forma solenne della “mancipatio”, della “capere manu” (presa in mano). Si direbbe quasi che i romani ponevano una radicale distinzione, tuttora presente in Germania ed Italia, tra i beni permanenti ed essenziali della casa e le cose transitorie: viveri, bestiame lontano dalla dimora, metalli, denaro. Si comprende che, in tal modo, attraverso le cose “mancipi”, ottenute nella forma solenne della “mancipatio”, si stabilisca tra le parti non solamente un legame di diritto, e come queste, nelle mani dell’”accipiens” (compratore/ricevente), continuino a essere una parte, un momento della “familia” del primo proprietario.

Parallelamente, in ogni sorta di contratti, presso i germanici appare la necessità del pegno (wadium). Il pegno accettato, permette ai contraenti di agire l’uno nei confronti dell’altro, poiché l’uno possiede qualcosa, mentre l’altro, essendo stato proprietario della cosa, può averla stregata. La cosa stessa posta in pegno costituirebbe un legame, in quanto risulterebbe carica dell’individualità del donante; ed il fatto che sia tra le mani del donatario spinge il contraente ad emanciparsi attraverso il compimento del contratto, riconquistando cosí la cosa data in pegno. In tal senso, il “nexum” sarà nella cosa e non solamente negli atti magici, né tantomeno nelle forme solenni del contratto; “...il y est comme il est dans les écrits, les “actes” à valeur magique, les “tailles” dont chaque partie garde sa part, les repas pris en commun oú chacun participe de la substance de l’autre. Deux traits de la “wadiatio” prouvent d’ailleurs cette force de la chose. D’abord le gage non seulement oblige et lie, mais encore il engage l’honneur, l’autorité, le “mana” de celui qui le livre. (...) L’autre trait démontre le danger qu’il y a à recevoir le gage. Car il n’y a pas que celui qui donne qui s’engage, celui qui reçoit se lie aussi. (...) Tout le rituel a la forme du défi et de la défiance et exprime l’un et l’autre. D’ailleurs en anglais, même aujourd’hui, “throw the gage” équivaut à “throw the gauntlet”. C’est que le gage, comme la chose donnée, contient du danger pour les deux “co-respondants”....” (35)

Da ultimo, si osserverà come il pericolo rappresentato dalla cosa donata sia particolarmente presente nell’antico diritto e nella primitiva lingua germanica. Ciò spiegherebbe, tra l’altro, il duplice senso della parola “gift”, inteso sia come dono e sia come veleno. “... Ce thème du don funeste, du cadeau ou du bien qui se change en poison est fondamental dans le folklore germanique. l’or du Rhin est fatal à son conquérant, la coupe de Hagen est funèbre au héros qui y boit; mille et mille contes et romans de ce genre, germaniques et celtiques hantent encore notre sensibilité....”(36)

Tralasciando ulteriori osservazioni, si centrerà l’attenzione sul caso presentato da Mauss (37) e concernente la società polinesiana dei Maori.
Tale popolazione designa con il termine “tonga” indifferentemente gli oggetti facenti parte del corredo delle donne, le decorazioni, i talismani, gli idoli sacri, le tradizioni ed i rituali, considerandoli come la proprietà in senso stretto e come ciò che, unicamente, avrà la facoltà di rendere ricchi ed influenti. Nella teoria del diritto e della religione Maori, i tonga sono indissolubilmente legati alla persona o al clan, oltre ad essere il veicolo del proprio “mana” ovverosia della sua forza magica, religiosa e spirituale. In tal senso, i tonga saranno dotati di un proprio spirito o “hau” che, in caso di donazione, agirà in un modo tale che gli oggetti in questione tenderanno a ritornare al proprio luogo d’origine, producendo inoltre una pericolosa presa mistica del donante sul donatario.

Il seguente e fondamentale testo di Elsdon Best (38), riportato da Mauss (39), fornisce la chiave del problema: “...Le hau n’est pas le vent qui souffle. Pas du tout. Supposez que vous possédez un article déterminé (tonga) et que vous me donnez cet article; vous me le donnez sans prix fixé. Nous ne faisons pas de marché à ce propos. Or, je donne cet article à une troisième personne qui, après qu’un certain temps s’est écoulé, décide de rendre quelque chose en paiement (utu), il me fait présent de quelque chose (tonga). Or, ce tonga qu’il me donne est l’esprit (hau) du tonga que j’ai reçu de vous et que je lui ai donné à lui. Les tonga que j’ai reçus pour ces tonga (venus de vous) il faut que je vous les rende. Il ne serait pas juste (tika) de ma part de garder ces tonga pour moi, qu’ils soient désirables (rawe), ou désagréables (kino). Je dois vous les donner car ils sont un hau du tonga que vous m’avez donné. Si je conservais ce deuxième tonga pour moi, il pourrait m’en venir du mal, sérieusement, même la mort. Tel est le hau, le hau de la propriété personnelle, le hau des tonga, le hau de la forêt....”
L’oggetto (tonga), quindi, non è inerte neanche quando sarà il proprietario stesso a separarsene, ma bensí resterà una parte di se stesso (40). Il proprio hau cercherà sempre di ritornare nel luogo di nascita, nel suo clan, presso il suo proprietario.

Tale concezione, oltre ad essere alla base del sistema polinesiano della reciprocità, insinua l’idea (ancora d’attualità) per la quale il donare un qualcosa a qualcuno sia donare qualcosa di sé. In tal modo, l’accettare qualcosa da qualcuno, significa anche accettare una parte della sua essenza spirituale; per cui, un’eventuale e illecita appropriazione dell’oggetto in questione diviene pericolosa e mortale, grazie al potere magico e religioso (mana) esercitato per mezzo d’essa dal legittimo proprietario.

Firth (41), esaminando altre realtà, tende invece ad identificare il “mana” con una sorta di nozione d’efficacia, consistente nel fatto (per un’attività qualsiasi) di conseguire il proprio scopo, di funzionare in un certo senso. Mentre M.Griaule (42), ne opera un ravvicinamento al “nyama” dell’ovest-africano (43), definito come una forza vitale sostanziale creata da un’unica divinità e diffusa in tutto l’universo, ripartita tra tutti gli esseri animati, uomini, animali e piante, e sovente comunicata anche a delle cose apparentemente inanimate. Il nyama varia quantitativamente e qualitativamente; ciascuno ne possiede in maggiore o minore quantità, potendo accrescerlo con degli appropriati rituali e perderlo in seguito a degli incidenti. Inoltre, il nyama, riveste in ogni individuo delle qualità di purezza o d’impurità che lo rendono compatibile od incompatibile con altri individui o con altre potenze.

Nella società occidentale moderna, con il suo diffuso materialismo, si troveranno solamente alcune traccie di simili animistiche concezioni, anche se la loro importanza è tutt’altro che trascurabile. Sarà infatti quel “savoir-faire” dell’artigiano a rendere il suo prodotto unico ed irripetibile; come la mano del pittore o dello scultore daranno vita alla tela od alla pietra. In effetti, non esiste forse un rapporto magico e creativo degli artisti e degli artigiani con gli utensili o con le materie che utilizzano ? Ed il famoso “pollice verde”, necessario per coltivare con successo le piante ornamentali, non indica forse una relazione tra esseri viventi ?

Infine, parlando di hau e di doni, perchè non rammentare la diffusa convizione popolare che vieta di nuovamente donare gli oggetti in precedenza pervenuti in dono ? Oppure, la consuetudine che vuole che, in caso di rottura del fidanzamento, le parti si restituiscano i regali e le lettere scambiate durante la relazione ?
Insomma, piccole traccie di un rapporto diverso con le cose che sembra persistere nella vita quotidiana, aldilà delle dichiarazioni di principio e delle accuse che tacciano tali comportamenti e tali attitudini di superstizioni.


Previous Contents Next