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    d - Lavoro e cooperazione    

d - Lavoro e cooperazione

Ritenere che l’unica motivazione al lavoro delle genti risieda nell’aspettativa di una renumerazione appare quanto meno superficiale. Ancor oggi, per molte persone, il lavoro rappresenta il fondamentale modo per entrare in comunicazione reale con gli altri, soddisfacendo altresí la giusta necessità di sentirsi utili per la società.

Basti volgere lo sguardo all’afflizione e solitudine dei pensionati, privati sovente anzitempo della propria funzione produttiva... Gli stessi volti dei disoccupati in attesa del loro sussidio non mostrano né gaudio né serenità, nonostante questi in molti paesi sia quasi equivalente ad un vero e proprio salario.

Partendo da una logica esclusivamente economicista, quest’ultimi due esempi appaiono per lo meno paradossali... In effetti, per quale ragione gli interessati dovrebbero affliggersi tanto se ottengono una renumerazione senza il benché minimo sforzo ?!
La motivazione al lavoro, nelle società tradizionali, non risiede nella remunerazione; esistono motivi molto piú validi, che vanno dall’obbedienza alla tradizione alla ricerca del prestigio sociale. Anche se quest’ultima motivazione sempre si situerà nel limite dei valori prefissati.

Comunque, generalmente lo sforzo produttivo sarà limitato nel tempo e nell’intensità. Le osservazioni di Richards (54) riguardo ad alcune popolazioni africane (55), indicano in quattro ore e mezza diarie il tempo medio dedicato al lavoro. Sahlins (56) fornisce una cifra simile per le tribú dell’Amazzonia. Mentre Guillard (57) quantifica in una media annua di 189 le giornate dedicate alle attività produttive nel nord del Cameroun. E, senza andare lontano, si rammenti l’enorme quantità di feste religiose che riducevano considerevolmente il calendario lavorativo dell’Europa pre-industriale. (58)

Al proposito, il seguente testo di Poirier appare illustrativo: “... Sur une petite île au large de la côte Ouest de Madagascar, deux Malgaches, ayant défriché un pan de forêt, se préparaient à leur repas en faisant cuire du riz. Sur la plage, un pêcheur conversait avec eux; mis en appétit par le préparatifs du repas, il déclara qu’il allait pêcher un poisson. Il se leva et alla pousser sa pirogue en eau profonde. Les deux Malgaches lui crièrent de rapporter deux autres poissons, ajoutant qu’ils le rémunéreraient. L’homme s’éloigna sans répondre, en pagayant sur sa pirogue à balancier, jusqu’aux récifs de corail oú il pouvait pêcher très facilement diverses sortes de poissons de grande taille; il revint dix minutes après avec un seul gros poissons, qu’il fit cuire sur un feu. Il avait préféré, à l’appât du gain, un effort minimum qui lui permettait de satisfaire ses besoins, sans aller au-delà. ...” (59)

Ciò nonostante, le attività produttive volte a degli obiettivi comuni sembrano coinvolgere le energie lavorative in tutt’altro modo. Godelier, al riguardo, riporta le seguenti osservazioni: “... Il faut partir en effet de ce que dans les sociétés de chasseurs-cueilleurs, même les plus égalitaires (Pygmées du Zaire par exemple), les groupes locaux, de temps en temps, s’interrompent de chasser ou de collecter pour leur reproduction quotidienne immédiate, et chassent pour célébrer en commun des cérémonies religieuses, des rituels de mort, d’initiation, etc., bref pour prendre en charge des intérêts communs à tous les groupes locaux. Bien souvent ce “travail” extraordinaire se distingue du “travail” que consacrent habituellement les membres d’un groupe local à leur reproduction et à celle de leur groupe en ce qu’il est directement au service de la réalisation d’intérêts communs à tous les individus et à tous les groupes. En outre il est plus intense que le travail habituel, car il doit fournir les moyens de festins collectifs, de sacrifices, etc. ...” (60)

Nel tempo delle sue origini, la civiltà occidentale non attribuiva una connotazione molto dissimile alle attività produttive. In greco antico non esisteva nessuna parola per designare il lavoro; l’insieme eterogeneo di attività che includevano, tra l’altro, la medicina, la divinazione e la tessitura, veniva indicato con il termine “technai”: esse supponevano l’impiego di procedimenti segreti, di un sapere specialistico legato ad un lungo apprendimento ed ad una iniziazione esterna al gruppo familiare.

L’agricoltura, invece, non era considerata alla stessa stregua. Ogni cittadino greco aveva il diritto/dovere di praticarla, ma non esigeva un apprendimento lungo e segreto, in quanto l’agricoltura era ritenuta una virtuosa attitudine nei confronti degli uomini ed una manifestazione di pietà rivolta agli dei. (61)
La stessa fabbricazione di un oggetto non era concepita come un lavoro di trasformazione della natura, ma bensí come un movimento (kinesis) volto a produrre una forma (eidos) in una materia. Il movimento avendo il compito di mettere in azione nell’individuo una forma, le cui modalità d’impiego rappresentavano una “techne” e includevano delle procedure piú o meno segrete.

Inoltre, si rimarcherà come il lavoro sovente comportava degli atti simbolici, generalmente rivolti ai numi tutelari della riproduzione della natura ed unici responsabili dell’esito di raccolto o di una caccia. “... Cette partie symbolique du procès de travail constitue une réalité sociale tout aussi réelle que les actions matérielles sur la nature, mais sa finalité, ses raisons d’être et son organisation interne constituent autant de réalités idéelles dont l’origine est la pensée qui interprète l’ordre caché du monde et organise l’action sur les puissances qui le contrôlent. ...” (62)

Allargando l’interesse all’importante fenomeno della cooperazione, si potrà rilevare come, a seconda delle realtà produttive e dei relativi contesti sociali, generalmente si assiste ad un dislocarsi della cooperazione dall’interno all’esterno della struttura familiare. Cosí, mentre in alcune località le imprese coincideranno con delle comunità di parentela, in altre saranno sostituite da vari tipi di società tra individui provenienti da lignaggi differenti.

Analogamente, presso i Gouro della Costa d’Avorio (63), l’unità di cooperazione produttiva è costituita dalla “comunità di produzione” e si realizza in due forme distinte, a seconda della solidità o meno della struttura familiare allargata. Nel primo caso, essa risulterà dalla riunione di numerosi gruppi di lavoro, operata seguendo le linee genealogiche e generalmente riconducibile al lignaggio. Al riguardo, Meillassoux cosí precisa: “... Le goniwuoza (aîné du lignage) peut en principe appeler les membres de son goniwuo (lignage) à travailler tous ensemble sur ses champs pour débrousser ou entreprendre d’autres gros travaux. C’est fréquemment le cas dans les sociétés les plus intégrées, mais l’institution se confond alors avec le fonctionnement normal de la communauté, puisque les cultures du goniwuoza sont en principe celles de tous. ...” (64)

Mentre, al contrario, quando la struttura del lignaggio è debole o fluida, sarà all’interno dell’istituzione del “Klala” che si realizzerà la “comunità di produzione”, formata generalmente da due persone (“Klala par paires”). “...Chaque équipe est (...) le plus souvent composée de deux hommes. l’appariement se fait par affinité. Ces petits groupes fonctionnent plus régulièrement que les précédents à l’occasion de tâches routinières et autant sur les champs que les plantations. Il s’agit non plus d’une entente occasionnelle, mais d’un accord portant sur toute la durée du cycle agricole. ...” (65)

Il klala, nelle sue differenti forme (a due o a piú persone), appare quindi come un’istituzione di sostituzione della struttura di lignaggio, nei casi in cui questa sia indebolita da fattori esterni o interni: quali le guerre, le migrazioni, le scissioni, il colonialismo ed il libero mercato. Il gruppo klala alcune volte sarà formato da giovani che non dispongono di una propria terra e che lavorano per l’anziano del lignaggio, giungendo cosí a rimpiazzare cosí, sovente, la cooperazione familiare. Altre volte, invece, il klala riunirà degli adulti già responsabili di una o piú parcelle di terreno, che verranno in questo caso coltivate l’una dopo l’altra.

Ciò che piú caratterizza il klala è la propria struttura egualitaria e quindi senza capi, in opposizione a quella gerarchica del lignaggio. Inoltre, il klala si regge sul principio della piú completa reciprocità, anche se la distribuzione dei prodotti e l’organizzazione dei banchetti resteranno l’appannaggio del lignaggio d’appartenenza. In tal senso, il klala rappresenterà una struttura di cooperazione nelle attività produttive, ma che soggiacerà al dominio del lignaggio nelle altre funzioni economiche.


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